Jazz



La playlist continuava a scorrere facendomi venire i brividi sulla schiena e la pelle d’oca alle braccia. L’avevo composta con cura: ogni singolo brano mi trasmetteva delle emozioni forti, di quelle che ti fanno prima alzare lo sguardo, poi chiudere gli occhi e infine sognare.

Quella notte non avevo alcuna voglia di dormire e tentavo di rendere fruttuose le ore di veglia scrivendo un racconto. Usavo spesso la musica come musa per l’incipit dei miei racconti.

Dal vibrare potente del contrabasso al soffio delicato del flauto traverso, dalla danza dei martelletti sulle corde del pianoforte alla voce nasale del clarinetto. Ogni suono amplificava parti sconosciute di me. Apriva cassetti nascosti.

Jazz”, così si chiamava la playlist che avevo scelto quella volta dopo un breve indugiare del puntatore sulla raccolta dei cantautori italiani.

C’era un lento assolo di una tromba con sordina quando vidi delinearsi piano piano una figura che, al lento ritmo che le spazzole battevano sul piatto, si allontanava da me. Era un anziano uomo che, un po’ ricurvo su se stesso, si avviava verso chissà dove trascinando un piede dopo l’altro.


Mi sfilai le cuffie dalle orecchie. Toccava a me dirigere l’orchestra.


Il vecchio uomo vestiva una camicia di seta bianca, leggermente sbottonata vicino al collo, infilata in un paio di pantaloni di lino beige con una cintura di pelle marrone. Ai piedi un paio di sandali di ottima fattura del tipo di pelle della cintura.

L’anziano camminava su un marciapiede costeggiando un alto edificio di mattoni rossi. Nessuna auto in strada. Iniziai a correre nella nebbia che precede l’alba e lo raggiunsi in un attimo. Naturalmente, non poteva vedermi.

Lo guardai in viso. Trovai un’espressione triste e rassegnata. Decine di rughe gli solcavano il volto come cicatrici di una vita che non ci era andata leggera. Iniziai a camminare accanto a lui.

Passo dopo passo, una figura imponente si staccava dalla nebbia. Era uno dei due piloni del Bay Bridge, il famoso ponte di San Francisco. Il vecchio iniziò a percorrerlo fermandosi di tanto in tanto per chiudere gli occhi e sentire il vento spingere deciso sul suo volto.

Esausto ma determinato a raggiungere la propria meta, l’anziano uomo si trascinava appoggiandosi alla balaustra ferrosa. Ad un tratto il vecchio si fermò e, con estrema diifficoltà, si piego sulle ginocchia.

Su uno degli infiniti piloncini metallici della balaustra erano incise due lettere consumate dalla ruggine degli anni. Un cuore stilizzato segnato con tratto incerto le incorniciava insieme ad una data ormai illeggibile.

L’uomo poggiò la sua mano nodosa sulla vecchia incisione, come a voler ricercare nel freddo metallo un’emozione scomparsa nel tempo. Una lacrima si perse nell’umidità mattutina che ricopriva il ponte.


Qualche ora più tardi, due sandali di pelle giacevano vicino la balaustra pedonale quasi a metà del Bay Bridge di San Francisco. Erano davvero di ottima fattura.

Salvatore Teresi




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