La scala


scala verso il cielo

"Perché fai così?”
Margherita guardò il fratello con aria interrogativa.
"Così come?", disse, "non credi sia normale che mi preoccupi almeno un po'?"
"Come vuoi", disse lui, "anche se credo tu stia esagerando. Funzionerà e non ci scopriranno."
I due uscirono in silenzio dalla stanza. Quel pomeriggio avrebbero cercato di raggiungere la scala.


La scala di Minetri era nota in tutta la regione. Si alzava da una zona selvaggia del parco cittadino e sfidava le leggi della fisica salendo fino a perdersi nel blu del cielo o fino a bucare le nuvole nelle giornate piovose.

Nessuno sapeva dove conducesse. Effettivamente, a memoria d'uomo nessuno era mai riuscito a calpestare o anche solo a scorgere il primo gradino della scala: i rami del boschetto cittadino si intrecciavano così intensamente con i rovi a terra da rendere impossibile anche avvicinarsi alla base della scala.

Durante le stagioni passate molti uomini avevano cercato di raggiungere l’inizio della salita ma senza successo. Ogni rovo estirpato dava vita a due rovi ancora più grandi del primo e ogni ramo tagliato metteva radici non appena toccava terra diventando un albero adulto in pochi attimi.

Così l’unico risultato prodotto dai tanti tentativi era stato quello di allontanare ancora di più la base della scala dal perimetro del boschetto circolare che occupava ormai un'immensa area al centro della città.

Preoccupato dalla progressiva perdita di suolo cittadino per l'avanzare del boschetto, un sindaco di qualche secolo prima aveva vietato ogni tentativo di raggiungere la scala. Da allora quasi nessuno ci aveva più provato e i pochi intraprendenti erano stati scoperti e puniti duramente.

In realtà non c'erano grandi ragioni per cercare di raggiungere la scala. Nessuno sapeva dove portasse e in molti dubitavano perfino che giungesse in qualche luogo. La maggior parte degli studiosi di Minetri era convinta che la scala si interrompesse bruscamente in cielo e altri ritenevano perfino impossibile che potesse reggere il peso di un solo uomo senza crollare irrimediabilmente.



Margherita scivolò lungo il muro perimetrale del parco cittadino e raggiunse il cancello principale superandolo attenta a non incrociare lo sguardo delle due sentinelle. Si fermò a un preciso punto della parete circolare e attese finché non arrivò una corda dall'altra parte del muro. Suo fratello era penetrato nel parco attraverso una crepa apertasi qualche giorno prima per via di alcune infiltrazioni d'acqua. Era stato arduo attraversarla ma era l'unico modo di entrare senza passare dai varchi sorvegliati.

In pochi minuti i due giunsero al boschetto interno che si ergeva imponente e compatto tanto che lo spessore del muro verde poteva solo essere immaginato. I due fratelli non avevano portato nessun tipo di attrezzatura per cercare di far breccia sul muro di rovi e rami che si trovavano davanti e si limitarono a sedersi in due punti opposti della macchia circolare.

Margherita si posizionò a gambe incrociate guardando il boschetto nella direzione di suo fratello che fece lo stesso guardando verso di lei. Entrambi presero a riflettere intensamente, pensando non all'idea di raggiungere la scala ma a quella di ritrovarsi a vicenda.

L'uno immaginava di riabbracciare l'altra in mezzo al bosco e l'altra faceva lo stesso immaginando la linea ideale che li separava che altro non era se non il diametro di quel peculiare groviglio verde.

Ad un tratto Margherita sentì un piccolo rumore, come di un rametto calpestato da un uomo. Ne seguì un altro simile e poi un altro ancora finché il boschetto iniziò a vibrare nella direzione del fratello crepitando come fa un fuoco di rovere.

Un paio di foglie caddero mentre le trecce di rovi che la ragazza aveva davanti si spostavano a destra e a sinistra creando un abside di foglie e spine. Margherita si alzò da terra ed entrò in quella nicchia della parete verde che lentamente avanzava in direzione del centro.

Dopo tre o quattro passi all'interno del boschetto Margherita si rese conto che la parete di rovi e rami si era richiusa dietro di lei. Non c'era più modo di tornare indietro.

Si fece coraggio e continuò ad avanzare nelle viscere di quella parete viva mentre l'ultimo raggio di luce scompariva dietro di lei. Proseguì avvolta nelle tenebre per alcuni lunghissimi minuti finché, con il cuore in gola, non intravide una luce fioca davanti a se.

"Margherita. Margherita. Mi senti?"

Sentì la voce del fratello che la chiamava sempre più chiaramente.

"Eccomi. Ti sento."

E iniziò a correre e i rami le si aprivano davanti per poi richiudersi alle sue spalle finché non si trovò all'aperto, il cielo sopra di lei e suo fratello che le correva incontro.

Dopo un abbraccio di liberazione i due iniziarono a guardarsi intorno e si resero conto di trovarsi in un'area circolare, completamente delimitata dal boschetto. Al centro di quella piazza naturale la scala iniziava la sua salita apparentemente illimitata. Era circondata da un elegante recinto in ferro battuto aperto proprio in direzione del primo gradino.

La scala era di semplice pietra bianca e poggiava a terra delicatamente dando l'aria di non pesare nulla.

"Andiamo?", chiese Margherita.

"Andiamo."



Il giorno dopo in molti a Minetri giurarono di aver visto due piccole sagome salire la scala fino a perdersi nel cielo.

Si fecero delle indagini e si appurò che il boschetto era più impenetrabile che mai. Quasi tutti furono daccordo nel dire che si era trattato di uno scherzo del sole al tramonto.

Qualcuno, però, continua a raccontare ai propri figli di quella volta che, al tramonto, due sagome scomparvero nel cielo tenendosi per mano.

Salvatore Teresi


[image via WallpaperDisk]

Comments

L'uomo parla al mare




L’uomo parla al mare. Il vecchio uomo parla al mare e racconta storie dimenticate, racconta i ricordi di una vita, racconta gli errori di cui si è pentito e quelli che rifarebbe senza cambiare nulla.

Qualche lustro fa raccontava sogni, ora di quelli non ce n'è più. Il futuro è sempre stato incerto, anche negli anni d'oro, ma oggi il vecchio uomo vive di solo passato e lo mira e lo rimira riflesso negli scintillii delle onde che battono il bagnasciuga.

Il vecchio uomo parla al mare da sempre e le sue illusioni di ricevere risposte si sono perse lentamente come un castello di sabbia al giungere della marea.

Qualche volta gli è parso di sentire la voce del mare risolvere i suoi dubbi fusa insieme al vento ma ha poi trovato che era solo l'eco di se stesso. Il mare respira onda dopo onda e rimane lì, ascoltatore perfetto e infinito capace di conservare nei sui abissi i segreti dell'animo più alto.

L'uomo parla al mare e aspetta la dama ultima che lo riporterà a casa. Si chiede quando uscirà dalle acque, il portamento elegante e l'abito bianco perso nella spuma e protenderà le braccia, sorridente, verso di lui per la stretta senza tempo.

L'animo abbraccia l'abisso e si apre alle onde che lavorano invisibili a levigare, carezza dopo carezza e schiaffo dopo schiaffo. L’uomo parla al mare e l'uomo parla all'uomo.

Salvatore Teresi

Comments

La foto



Raccolsi la foto scivolata tra la testata del letto e la parete. Da dietro la polvere di mesi di pulizie poco approfondite due figure mi osservavano sorridenti, apparentemente appagate da quell’esistenza dentro un attimo rubato al tempo. Non ricordavo quella fotografia, eppure mi ritraeva così felice.

Iniziai a cercare particolari che potessero aiutarmi a riconoscere il luogo e la data dello scatto: una fila di lampioni che dipingevano d’ambra una strada deserta, il profilo di una rocca appena illuminata sullo sfondo e il basso rilevo delle curve di sabbia di una lunga spiaggia.

Improvvisamente ricordai tutto.



Era l’estate di qualche anno prima. Laura era così bella quella sera: i suoi occhi sembravano più grandi del solito e il suo ciuffetto ribelle scendeva dalla fronte al mento in un’elegante spirale che mi ipnotizzava ogni volta. Non era vestita in modo troppo elegante. Come al solito aveva trovato il perfetto mix tra curato e trasandato che le donava un’interessante aria da giovane intellettuale.

Avevamo litigato quella sera, in una lunga e appassionata discussione sul tipo di scelta politica di ogni individuo e sulla cooperazione tra gli uomini necessaria a cambiare il mondo. Quella differenza di idee così marcata mi faceva sempre paura. Com’era possibile continuare la nostra storia senza poter condividere con lei le mie scelte più ferme?

Fu allora che mi propose una passeggiata sulla spiaggia. Come al solito non seppi dire di no al suo sguardo così profondo e lasciai perdere i miei dubbi o meglio ci provai visto che, per quanto mi fossi sforzato, non riuscii a togliermi quei pensieri dalla testa.

“Ci facciamo una foto?”

Mi svegliai come da un sonno leggero: aveva parlato a lungo durante la passeggiata ma io avevo continuato a pensare a quelle nostre differenze che mi impensierivano tanto.

Tirò fuori dallo zainetto la sua fotocamera compatta e allungò il braccio cercando di sistemare alla meno peggio l’inquadratura.

“Sorridi.”

E io sorrisi, esibendomi in una smorfia forzata ma estremamente convincente. Nella foto sembravo talmente felice da ingannare perfino me stesso.



Il ricordo di quel sorriso ipocrita mi regalò una spiacevole sensazione di profondo disgusto. Mi chiesi cosa fare di quella foto che per me rappresentava solo un sottile tentativo di modificare ad arte il mio ricordo di quella serata da dimenticare.

Mi adagiai pensieroso sulla poltrona e stavo proprio per strappare la foto quando Laura entrò nella stanza sorridente e notò subito la fotografia che stringevo in mano. La prese curiosa e, con un energico soffio, tolse la polvere che la ricopriva.

“Una delle mie foto preferite. Pensavo l’avessimo persa. Che ne dici se ne facciamo un quadretto a ricordo di quella magnifica serata?”

“D’accordo.”, risposi.

Salvatore Teresi

Comments

Jazz



La playlist continuava a scorrere facendomi venire i brividi sulla schiena e la pelle d’oca alle braccia. L’avevo composta con cura: ogni singolo brano mi trasmetteva delle emozioni forti, di quelle che ti fanno prima alzare lo sguardo, poi chiudere gli occhi e infine sognare.

Quella notte non avevo alcuna voglia di dormire e tentavo di rendere fruttuose le ore di veglia scrivendo un racconto. Usavo spesso la musica come musa per l’incipit dei miei racconti.

Dal vibrare potente del contrabasso al soffio delicato del flauto traverso, dalla danza dei martelletti sulle corde del pianoforte alla voce nasale del clarinetto. Ogni suono amplificava parti sconosciute di me. Apriva cassetti nascosti.

Jazz”, così si chiamava la playlist che avevo scelto quella volta dopo un breve indugiare del puntatore sulla raccolta dei cantautori italiani.

C’era un lento assolo di una tromba con sordina quando vidi delinearsi piano piano una figura che, al lento ritmo che le spazzole battevano sul piatto, si allontanava da me. Era un anziano uomo che, un po’ ricurvo su se stesso, si avviava verso chissà dove trascinando un piede dopo l’altro.


Mi sfilai le cuffie dalle orecchie. Toccava a me dirigere l’orchestra.


Il vecchio uomo vestiva una camicia di seta bianca, leggermente sbottonata vicino al collo, infilata in un paio di pantaloni di lino beige con una cintura di pelle marrone. Ai piedi un paio di sandali di ottima fattura del tipo di pelle della cintura.

L’anziano camminava su un marciapiede costeggiando un alto edificio di mattoni rossi. Nessuna auto in strada. Iniziai a correre nella nebbia che precede l’alba e lo raggiunsi in un attimo. Naturalmente, non poteva vedermi.

Lo guardai in viso. Trovai un’espressione triste e rassegnata. Decine di rughe gli solcavano il volto come cicatrici di una vita che non ci era andata leggera. Iniziai a camminare accanto a lui.

Passo dopo passo, una figura imponente si staccava dalla nebbia. Era uno dei due piloni del Bay Bridge, il famoso ponte di San Francisco. Il vecchio iniziò a percorrerlo fermandosi di tanto in tanto per chiudere gli occhi e sentire il vento spingere deciso sul suo volto.

Esausto ma determinato a raggiungere la propria meta, l’anziano uomo si trascinava appoggiandosi alla balaustra ferrosa. Ad un tratto il vecchio si fermò e, con estrema diifficoltà, si piego sulle ginocchia.

Su uno degli infiniti piloncini metallici della balaustra erano incise due lettere consumate dalla ruggine degli anni. Un cuore stilizzato segnato con tratto incerto le incorniciava insieme ad una data ormai illeggibile.

L’uomo poggiò la sua mano nodosa sulla vecchia incisione, come a voler ricercare nel freddo metallo un’emozione scomparsa nel tempo. Una lacrima si perse nell’umidità mattutina che ricopriva il ponte.


Qualche ora più tardi, due sandali di pelle giacevano vicino la balaustra pedonale quasi a metà del Bay Bridge di San Francisco. Erano davvero di ottima fattura.

Salvatore Teresi




[L’immagine del post è in vendita su Art.com]

Comments

Welcome To The Sea contro il bavaglio



Il mio ultimo tweet: “Un triangolino giallo non cambierà molto ma dice al mondo che io non ci sto! #noalbavaglio

L’idea di questa protesta, che si affianca al popolo dei post-it e alle altre iniziative -virtuali e non- contro la legge bavaglio anti-intercettazioni, è venuta ad Insopportabile, noto utente twitter italiano che supera i duemila follower.

È una protesta muta che si serve di un semplice triangolino giallo da aggiungere al proprio avatar. Un triangolino che diventa un marchio a fuoco per tutti coloro che non ci stanno. Per tutti quelli che non vogliono farsi scivolare addosso anche questa ennesima norma impopolare e profondamente dannosa per il paese.

Io non ci sto! E tu?

Se anche tu vuoi partecipare a questa iniziativa puoi facilmente aggiungere il triangolino al tuo profilo Twitter o Facebook a quest’indirizzo.
Comments